

Poi una dice che non ci scrive più, qua sul blog.
Legge il giornale la domenica mattina, anche se ha sonno e il sapore di caffè sulle labbra che la culla, scorre tutte le pagine, tutti i film in concorso a Cannes, tutti i reportage di Repubblica, apre la cronaca di Roma (perché sì, abita a Roma) e vede una foto familiare.
Ehi, ma lì non è dove ha l'ufficio mio padre?
Sì, è lì. E' lì che qualcuno, non si sa chi e non va bene, ha bruciato la lapide di Valerio, Verbano.
Per chi non se lo ricorda o non lo sa, Verbano era un diciottenne di Autonomia Operaio che nel 1980, proprio di questi giorni, era stato ammazzato con uno sparo alla schiena da dei fascisti (sì, niente dubbi su questo, nemmeno ufficialmente) che avevano legato ed imbavagliato i suoi genitori.
E ieri, stanotte, non si sa quando, qualcuno ha bruciato la sua lapide.
Ma cos'è, mi chiedo?
Cos'è?
Che cosa si ha voglia di dimostrare, in questo modo? Il proprio personalissimo, meschino schifo?
La lapide in ricordo di un morto, non importa chi o di che colore, è qualcosa di moralmente intoccabile, impossibile da non rispettare. Mi ripugna, chi pensa di aver fatto qualcosa, di aver compiuto un gesto, nel dare fuoco a una memoria, a tutte quelle persone che hanno sofferto e hanno conosciuto Valerio, nel versare fiamme vigliacche su chi spera ancora in una giustizia, per chi è stato ammazzato in una tale maniera.
Che schifo.
(Adieu.)