

Poi una dice che non ci scrive più, qua sul blog.
Legge il giornale la domenica mattina, anche se ha sonno e il sapore di caffè sulle labbra che la culla, scorre tutte le pagine, tutti i film in concorso a Cannes, tutti i reportage di Repubblica, apre la cronaca di Roma (perché sì, abita a Roma) e vede una foto familiare.
Ehi, ma lì non è dove ha l'ufficio mio padre?
Sì, è lì. E' lì che qualcuno, non si sa chi e non va bene, ha bruciato la lapide di Valerio, Verbano.
Per chi non se lo ricorda o non lo sa, Verbano era un diciottenne di Autonomia Operaio che nel 1980, proprio di questi giorni, era stato ammazzato con uno sparo alla schiena da dei fascisti (sì, niente dubbi su questo, nemmeno ufficialmente) che avevano legato ed imbavagliato i suoi genitori.
E ieri, stanotte, non si sa quando, qualcuno ha bruciato la sua lapide.
Ma cos'è, mi chiedo?
Cos'è?
Che cosa si ha voglia di dimostrare, in questo modo? Il proprio personalissimo, meschino schifo?
La lapide in ricordo di un morto, non importa chi o di che colore, è qualcosa di moralmente intoccabile, impossibile da non rispettare. Mi ripugna, chi pensa di aver fatto qualcosa, di aver compiuto un gesto, nel dare fuoco a una memoria, a tutte quelle persone che hanno sofferto e hanno conosciuto Valerio, nel versare fiamme vigliacche su chi spera ancora in una giustizia, per chi è stato ammazzato in una tale maniera.
Che schifo.
(Adieu.)
( Piccola considerazione shiema: mi sto rendendo conto che, sommando le maledizioni e gli anatemi ricevuti via mail, come conseguenze delle innumerevoli catene di s.antonio che ho in/consapevolmente spezzato, avrò una vita orribile, e mi stupisco di non essere già morta.
Okay, morta sul blog lo ero. E più che altro, non ho più la voglia di far sapere a tutti le innumerevoli cose che penso, credo. Sto pensando seriamente a dargli un taglio vagamente meno personale, e dedicarmi all'attualità. Bah. O forse sarebbe meglio fare come adesso, e buttare giù una storiella di quelle che mi capita di scrivere. Non lo so.
Non che la vita sia male. Anzi, sono felice perché io e le mie amiche ci troviamo il sabato a suonare cover di quel che pare a loro e a me, sono felice per il mio amplificatore Ginsberg che, anche se usato e sbregato, è stupendevole nonché figherrimo; sono felice per qualche parola, qualche sguardo, qualche maglione; sono felice per la musica e per Asimov [perché lo rileggerò tutto, oh!], sono felice per qualche amica cara e dolce, io ci provo a sorridere, poi.
Provo a non dare peso a quello che mi ferisce, perché poi penso che sono solo io che mi accorgo di come può buttarmi giù...anche se certe volte mi piacerebbe che mi si pensasse un pochino di più, che non si facesse sempre affidamento sulle mie battute e sulle cose che so fare, perché anche io c'ho la mia odiosa fragilità. )
( Ed ecco a voi il patetico frutto di due nomi scelti a caso in un elenco, protagonisti di una cosa leggera-leggera che si fa leggere bene, e soprattutto fa pensare all'autore [cioè io, nella fattispecie] "Mì, che cazzata. Però caruccia." )
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Il panorama disorientato dalle innumerevoli rotatorie.
Un tizio di nome Enrico legge AlterAlter seduto ciondolante su un muretto.
Una tipa carina ma non troppo, chiamata dai più Betta, cammina cercando di non dare a vedere che va verso Enrico: il tizio carino ma non troppo che si sta divorando le E-x-t-r-a-ordinarie Avventure di Penthotal.
Non è ancora sera, quella che poggia lieve e celeste slavata sui dorsi frementi delle rotatorie. Non è musicale, non è poetica, non è immersa in una visione trascendentale e mistica; Betta la vede che si accuccia sui campi di grano biondo giù, dove certo c’è l’orizzonte delle cose. Enrico non la guarda neanche, preso com’è.
Ma non è nulla di eccezionale in quella provincia delle province dove i due si muovono.
Betta improvvisamente non sa se salutare Enrico…si vergogna e vorrebbe sprofondare nelle più profonde righe dell’asfalto.
Però Enrico, che non sarà bellissimo ma non è scemo, alza la testa e la vede: dunque sorride, senza nascondersi che un po’ il cuore gli sta ballando in petto.
- Ciao.- le dice simulando tranquillamente.
Betta risponde ricacciando giù il groppo in gola.
- Come va?-
-…beh. Non sono riuscita a trovare un quaderno, in quel maledetto spaccio!-
- …dai più detto Cartoleria.- Enrico è un uomo ironico che si prende gioco di qualunque cosa che gli paia divertente.
E Betta sa benissimo come è fatto lui, quindi non risponde che con una smorfia.
- E tu? Come stai?-
- Bene. Cioè…a parte la scuola, come ben sai…-
- Già.-
Enrico sorride.
- Che facevi?- chiede Betta sperando che lui non si renda conto che lei veniva dalla parte opposta allo spaccio, alla cartoleria. Anzi, alla Cartoleria.
- Leggevo. Fumetti.-
- Che roba è?-
- Alter. Lo conosci?-
- Sì. Mi piace…Pazienza. È davvero bravo.- Betta ha cominciato a leggere quei fumetti proprio perché lo ha visto fare a lui, che glieli ha anche consigliati. Però Pazienza le piace sul serio, sia come disegno che come ironia, in un mondo a un’ora e mezza di treno che le sembra assolutamente distante. Bologna la rossa, che vista da Reggio e dintorni è quasi un altro mondo.
- Anche a me piace.- le sorride Enrico.
- È l’ultimo numero?-
- Sì.- il ragazzo le mostra la costina con scritto 5, perché siamo di maggio, e poi la invita con un cenno a dondolarsi accanto a lui, ad osservare le figure e lo stampatello frustrato di Penthotal.
Betta quasi accorre.
Leggono in silenzio, studiando le figure e le ampie tavole, con sguardi timidi e sacrali, che esaltano quelle pagine senza pretesa; ogni tanto i due ragazzi si guardano a turno, evitando di sfiorarsi come se avessero paura. Di cosa, poi.
Forse del treno lento sulle rotaie, che sbuffa come se fosse ancora a carbone e arrivasse da una lontanissima e calda Siberia. Enrico e Betta sono seduti davanti alla stazione, ecco.
Hanno davvero paura di quello?
- Com’è viaggiare?- chiede ad un tratto Enrico alzando gli occhi e incontrando quelli sfuggenti di Betta. Si guardano e sembrano riconoscersi.
- Credo che sia la cosa più stupenda e viva che si possa fare.- Betta sta fantasticando, e il treno sta per fermarsi - Non sono mai andata oltre Reggio.- s’affretta a confessare, cancellando dai ‘viaggi’ l’ospedale e il festival di Mantova.
- Vieni.- Enrico la prende per mano.
- Cosa…?-
- Vieni e seguimi.- Enrico corre, il treno si ferma e due o tre stanchi viaggiatori si vedono scendere/salire in lontananza. Anche Betta corre, il treno sbuffa.
Entrambi corrono sperando di sospendere il tempo, stringendosi le reciproche mani, tesi.
Ecco la stazione piccola piccola e bella come un presepe di legno, il sole che la taglia in due ombre.
- Mi vuoi bene, Betta?-
Enrico sale sul treno in moto, lasciando a malincuore la mano della ragazza.
- Io sì.- le dice, sentendosi un leone giovane ma senza criniera.
- Ah…oh…Enrico…sì.- sussurra Betta al ritmo del treno che parte.
- Prendi il prossimo e seguimi, amore.-
Betta vede quel treno e la sua più grande incertezza volare via nella velocità dell’aria. Si sente sola e innamorata, adesso.
Dove va il treno di Enrico?
Dove?
- Dove va il mio.- si siede su una panchina e aspetta l’espresso per Bologna la rossa, ore 19 e 15. Gioca col sole e i capelli, vedendolo tramontare sulla più provinciale delle province.
Laggiù, dove certo c’è l’orizzonte delle cose.
Il problema è che non c'è nulla di amoroso su cui potermi appoggiare. Vorrei solo un'infatuazione normale per il solito tipo irraggiungibile con cui convivere; invece nulla.
La scuola offre proprio niente, se non la voglia di fuggire.
Nulla è più come in quarto ginnasio, quando sembrava tutto quanto estremamente fantastico, non si perdeva un'assemblea e nemmeno un incontro autogestito nel parchetto là fuori...era solo perché eravamo più piccoli, oppure manca davvero qualcosa rispetto a qualche anno fa?
C'ho voglia di viaggi e un treno in cui sentire e cantare Guccini.
Okay, è un periodo in cui sono praticamente monotematica, mi fisso su cose e le prendo per semi-divinità. Forse anche su persone, anche se non vorrei proprio.
Bologna.
Sono tre anni che io me la penso come la soluzione di tutto, perché è sicuramente da lì che parte tutto: musica, libri, parole, fumetti.
Bologna (la rossa e fetale...). E sia.
(Obiettivi immediati e probabilmente realizzabili: il biglietto per il Maestrone (lo voglio anche io!) / Fascisti su Marte e le cassette dell'Ottavo Nano / Un cd vecchio dei REM / Il biglietto per Bergonzoni / Rileggere tutti i PK in ordine cronologico / Scoprire perché il mio insegnante (stupendo) di fumettistica di cognome fa Tamburini, sarà mica non solo una coincidenza? / Lasciare perdere quella stor...no, questo so di non potere. E mi brucia.)

Quelli che gli piace vedere il basket giocato, da tutti tutti, fuorché loro stessi.
Quelli che si svegliano alle sei di mattino per guardare una partita che abbiamo pure perso.
Quelli che «Forza, Azzurra!».
Quelli che danno i giudizi sui giocatori dopo una partita e mezza e neanche tutta la telecronaca.
Quelli che girano per casa borbottando maccheccavolo se perdiamo.
Quelli che si mettono in giardino a palleggiare con un pallone di gommapiuma gridando «Tripla!» insaccando il pallone nel canestro invisibile.
Quelli che dài che mi scovo un bel ragazzo da osannare anche in questa Azzurra (per la cronaca, quest'anno è Soragna il da me prescelto...).
Quelli che non permettono giudizi e/o battute sulla beneamata squadra a nessun altro all'infuori di loro.
Quelli che come gli brucia la sconfitta...
Quelli che qua ci voleva la Mosca Atomica!
Quelli che sverrebbero volentieri dopo una partita vinta per 73 a 72.
Quelli che decidono che d'ora in poi pretenderanno un accompagnatore alle partite della Lottomatica perché sì.
Quelli che dopo 2 anni si ricordano ancora di come non riuscivano a stare sul divano la sera della finale Olimpica 2004.
Quelli che «Luca Garri oggi ha asfaltato la sua piastrella!».
Quelli che datemi il Corriere dello Sport, ora e subito!
Quelli che cercano disperatamente di scoprire i ruoli da autodidatti (Forward? Cos'è il Forward?!)
Quelli che a me nì, il gioco americano non mi entusiasma troppo, meglio il basket europeo, un nome a caso, vista l'Italia oggi?
Quelli che mamma diamine corri, ancora non siamo a casa ed è mezzogiorno, alla mezza c'è la partita!
Quelli che dopo che hai fallito gli ultimi tre tiri liberi doni santissimi d'iddio, capiscono che dev'esserci qualche maledizione che ti grava addosso...o almeno ci sperano.
Quelli che ma quando ci sono gli Europei, l'EuroLega, le Olimpiadi, i Giochi del Mediterraneo, i tornei condominiali, qualunque cosa?!?
Quelli che si appassionano al basket con uno schiocco ogni volta che ne sentono il richiamo, pur avendolo odiato cordialmente per anni.
Quelli che...quella che, beh, me.
(come sono tristeh oggi...come mi bucano le budella quegli ultimi tiri liberi...)