
Oggi ho trovato l'uomo della mia vita : D. Ahahaha, come no
!
Vabbè, uno tipo gracilino e con gli occhiali, alter-nativo, con i capelli misteriosamente castani che nel buio sembravano quasi grigi, attore. Dài, fico...alla prossima replica dello spettacolo ci provo (a fare cosa non si sa, ma io ci provo lo stesso...).
La patetica cosa mi spinge addirittura a tornare a buttar giù du' righe ivi!

Comunque, nonostante tutto, non ho resistito e ho comprato il librone fotografico di Tano D'Amico sul '77; scriverò il mio ambizioso romanzo corale su di esso, grazie a quelle foto così piene di sguardi.
(Purtroppo, non ho cambiato idea rispetto al vecchio post precedente; non penso scriverò qua di nuovo, se non in caso di irresistibile ispirazione, come oggi.)
( Piccola considerazione shiema: mi sto rendendo conto che, sommando le maledizioni e gli anatemi ricevuti via mail, come conseguenze delle innumerevoli catene di s.antonio che ho in/consapevolmente spezzato, avrò una vita orribile, e mi stupisco di non essere già morta.
Okay, morta sul blog lo ero. E più che altro, non ho più la voglia di far sapere a tutti le innumerevoli cose che penso, credo. Sto pensando seriamente a dargli un taglio vagamente meno personale, e dedicarmi all'attualità. Bah. O forse sarebbe meglio fare come adesso, e buttare giù una storiella di quelle che mi capita di scrivere. Non lo so.
Non che la vita sia male. Anzi, sono felice perché io e le mie amiche ci troviamo il sabato a suonare cover di quel che pare a loro e a me, sono felice per il mio amplificatore Ginsberg che, anche se usato e sbregato, è stupendevole nonché figherrimo; sono felice per qualche parola, qualche sguardo, qualche maglione; sono felice per la musica e per Asimov [perché lo rileggerò tutto, oh!], sono felice per qualche amica cara e dolce, io ci provo a sorridere, poi.
Provo a non dare peso a quello che mi ferisce, perché poi penso che sono solo io che mi accorgo di come può buttarmi giù...anche se certe volte mi piacerebbe che mi si pensasse un pochino di più, che non si facesse sempre affidamento sulle mie battute e sulle cose che so fare, perché anche io c'ho la mia odiosa fragilità. )
( Ed ecco a voi il patetico frutto di due nomi scelti a caso in un elenco, protagonisti di una cosa leggera-leggera che si fa leggere bene, e soprattutto fa pensare all'autore [cioè io, nella fattispecie] "Mì, che cazzata. Però caruccia." )
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Il panorama disorientato dalle innumerevoli rotatorie.
Un tizio di nome Enrico legge AlterAlter seduto ciondolante su un muretto.
Una tipa carina ma non troppo, chiamata dai più Betta, cammina cercando di non dare a vedere che va verso Enrico: il tizio carino ma non troppo che si sta divorando le E-x-t-r-a-ordinarie Avventure di Penthotal.
Non è ancora sera, quella che poggia lieve e celeste slavata sui dorsi frementi delle rotatorie. Non è musicale, non è poetica, non è immersa in una visione trascendentale e mistica; Betta la vede che si accuccia sui campi di grano biondo giù, dove certo c’è l’orizzonte delle cose. Enrico non la guarda neanche, preso com’è.
Ma non è nulla di eccezionale in quella provincia delle province dove i due si muovono.
Betta improvvisamente non sa se salutare Enrico…si vergogna e vorrebbe sprofondare nelle più profonde righe dell’asfalto.
Però Enrico, che non sarà bellissimo ma non è scemo, alza la testa e la vede: dunque sorride, senza nascondersi che un po’ il cuore gli sta ballando in petto.
- Ciao.- le dice simulando tranquillamente.
Betta risponde ricacciando giù il groppo in gola.
- Come va?-
-…beh. Non sono riuscita a trovare un quaderno, in quel maledetto spaccio!-
- …dai più detto Cartoleria.- Enrico è un uomo ironico che si prende gioco di qualunque cosa che gli paia divertente.
E Betta sa benissimo come è fatto lui, quindi non risponde che con una smorfia.
- E tu? Come stai?-
- Bene. Cioè…a parte la scuola, come ben sai…-
- Già.-
Enrico sorride.
- Che facevi?- chiede Betta sperando che lui non si renda conto che lei veniva dalla parte opposta allo spaccio, alla cartoleria. Anzi, alla Cartoleria.
- Leggevo. Fumetti.-
- Che roba è?-
- Alter. Lo conosci?-
- Sì. Mi piace…Pazienza. È davvero bravo.- Betta ha cominciato a leggere quei fumetti proprio perché lo ha visto fare a lui, che glieli ha anche consigliati. Però Pazienza le piace sul serio, sia come disegno che come ironia, in un mondo a un’ora e mezza di treno che le sembra assolutamente distante. Bologna la rossa, che vista da Reggio e dintorni è quasi un altro mondo.
- Anche a me piace.- le sorride Enrico.
- È l’ultimo numero?-
- Sì.- il ragazzo le mostra la costina con scritto 5, perché siamo di maggio, e poi la invita con un cenno a dondolarsi accanto a lui, ad osservare le figure e lo stampatello frustrato di Penthotal.
Betta quasi accorre.
Leggono in silenzio, studiando le figure e le ampie tavole, con sguardi timidi e sacrali, che esaltano quelle pagine senza pretesa; ogni tanto i due ragazzi si guardano a turno, evitando di sfiorarsi come se avessero paura. Di cosa, poi.
Forse del treno lento sulle rotaie, che sbuffa come se fosse ancora a carbone e arrivasse da una lontanissima e calda Siberia. Enrico e Betta sono seduti davanti alla stazione, ecco.
Hanno davvero paura di quello?
- Com’è viaggiare?- chiede ad un tratto Enrico alzando gli occhi e incontrando quelli sfuggenti di Betta. Si guardano e sembrano riconoscersi.
- Credo che sia la cosa più stupenda e viva che si possa fare.- Betta sta fantasticando, e il treno sta per fermarsi - Non sono mai andata oltre Reggio.- s’affretta a confessare, cancellando dai ‘viaggi’ l’ospedale e il festival di Mantova.
- Vieni.- Enrico la prende per mano.
- Cosa…?-
- Vieni e seguimi.- Enrico corre, il treno si ferma e due o tre stanchi viaggiatori si vedono scendere/salire in lontananza. Anche Betta corre, il treno sbuffa.
Entrambi corrono sperando di sospendere il tempo, stringendosi le reciproche mani, tesi.
Ecco la stazione piccola piccola e bella come un presepe di legno, il sole che la taglia in due ombre.
- Mi vuoi bene, Betta?-
Enrico sale sul treno in moto, lasciando a malincuore la mano della ragazza.
- Io sì.- le dice, sentendosi un leone giovane ma senza criniera.
- Ah…oh…Enrico…sì.- sussurra Betta al ritmo del treno che parte.
- Prendi il prossimo e seguimi, amore.-
Betta vede quel treno e la sua più grande incertezza volare via nella velocità dell’aria. Si sente sola e innamorata, adesso.
Dove va il treno di Enrico?
Dove?
- Dove va il mio.- si siede su una panchina e aspetta l’espresso per Bologna la rossa, ore 19 e 15. Gioca col sole e i capelli, vedendolo tramontare sulla più provinciale delle province.
Laggiù, dove certo c’è l’orizzonte delle cose.
I cimiteri sono posti strani.
Si cammina fra i lunghi filari di tombe, si leggono nomi a grandi lettere sulle cappelle di famiglia, si scorrono gli occhi su interminabili inquietanti lunghe file di loculi.
Magari, si cercano anche i nomi più strani, o i nostri omonimi.
In una sfrenata macabra curiosità, si incomincia ad osservare le foto e a leggere le dediche.
Ed ogni tanto, capita di trovare un volto. Degli occhi, un sorriso leggero / in bianco e nero. E capirlo, intenderlo, averlo dentro.
Ieri sono andata a Poviglio, nell'Emilia, a trovare un altro meraviglioso pezzo della mia famiglia; non mi sarei mai aspettata di sentirmi così a casa, così «nipote». Ebbene, anche un po' emiliana sono, allora!
E ho camminato in silenzio nel cimitero di Poviglio.
La cosa strana dei cimiteri è che, di solito, tu non ti senti triste. Ti senti a metà fra un atavico interesse e una istintiva, dissonante curiosità...almeno, per me è così; non sono posti in cui piango i miei morti. Sono posti in cui io do uno sguardo ai morti di tutti.
Okey, non voglio che mi prendiate per tombarola o peggio per malata mentale!
È soltanto una riflessione, anche sul mio carattere. Chissà, forse è solo un buttare giù sensazioni anomale. Però io in un camposanto mi sorprendo, silenziosa, a scoprire dalle parole di mio padre nomivitaocchi di parenti mai visti o mai conosciuti, o a scovare una faccia che mi sarebbe stata simpatica, o viceversa lo sguardo di una massaia antipatica...
Com'è strano, come mi sorprende.
Comunque la gente dell'Emilia è davvero bella. Credo che persone così gentili, qui a Roma, se ne stiano rintanate sperando di ritornare presto a Reggio...:°.
E poi il dialetto è stupendo. Io ancora non lo capisco tutto, ma così tutto incollato e dal sapore antico e mescolato...mi piace sentire parlare mio zio, o sorridere mentre lui s'infervora e s'arrabbia.
..mentre tornavo in Toscana per la notte, ho sentito tutto il Samuele Bersani che avevo con me. E mi sono sentita, almeno per un po', in pace con il mondo e con me stessa.
Grazie (a tutto, a ieri).
(Un appunto, da buona appassionata di calcio internazionale: che schifo di partita, ieri, folks.)
Mi raccomando:
.
Alla fine il concerto degli After è stato fumato via dalle pretese dei genitori. Non i miei in particolare, che li so, altri, ma incidenti lo stesso.
Quindi, ç____ç.
Comunque beh, questo templéit mi rallegra. Il Morgan fa sempre la sua meravigliosa *-* figura, sul grigio, sul blog e su di moi.
* Oddio sembro una maniaca. Beh, è più vero dire che lo sono. Sono=Sono.
Torno da Sarteano, là per la solita/splendida mia Toscana, dopo giornatine scorrevoli di cioccolato e cugina Ellie e, conseguentemente, chitarra. Nonché miei tentativi di convertirla all'improbabile causa dei Bluvertigo, senza successo come ogni volta. Alla fine, preferisce abbandonare i miei filosofici disturbi per tornare ad un più becero assalto ai Grin dèi. .____.
..devo pur sempre ricordarmi che ha 13 anni e devo gradualmente portarcela, alle mie peregrinazione musicali.
Ora, prossimi obiettivi cui porterà la mia rotta: ..il maestro Battiato; c'è la possibilità (più concreta) di Perugia e quella meno ma esistente di Firenze.
Eppòi, eppòi c'è Lui, il sopraccitato.
Il Morgan, che se ne esce a Maggio col disco nuovo e le canzoni che ho goduto dal vivo. Uah. Credetemi se vi dico che non vedo l'ora.
Post inconcludente e celebrativo, oh. Forse lo continuo.
- Non finito.

SONTUOSO.
Non c'è molto altro da dire, su un concerto meraviglioso, meraviglioso, meraviglioso. E c'era anche Battiato...immaginate me. Ecco. Io adoro quei due 'debosciati', come si sono autodefiniti. Li adoro.
E non aggiungerò più altro, li adoro.